Volevo rimanere solo spettatore rispetto alla sterile querelle di questi giorni che prende il pretesto dalla tragica morte di Giulia. Non ce l’ho fatta.
È un problema che si alimenta dell’ignoranza dilagante che associa il “Patriarcato” alla posizione privilegiata dell’uomo sulla donna. Il problema tuttavia esiste. È parte della nostra cultura e va combattuto proprio con la cultura. Quello che proprio non sopporto è farne una guerra di genere. È talmente miope da rasentare il ridicolo. Vorrei riequilibrare la vista cercando di correggere la miopia che sta colpendo anche chi pensavo ci vedesse benissimo. La nostra cultura patriarcale ha prodotto i “mostri” che picchiano le donne, le emarginano dal mondo del lavoro, impediscono la loro emancipazione. Questo è vero e tragico. Ma la stessa cultura ha prodotto qualcos’altro che di questa cultura si è nutrito a piene mani. Sedicenti starlette a caccia di una facile dote per diritto di “bellezza”, in cerca di una vita facile e ricca, alimentando esattamente lo stesso patriarcato che si intende demonizzare. Diritti acquisiti in ambito legale da mamme senza scrupoli che spesso riducono alla fame mariti divorziati. Donne intraprendenti che su presunte molestie sessuali hanno rovinato uomini stupidi.
Non bisognerebbe aumentare la forza di uno dei contendenti sul ring solo per rendere equilibrato lo scontro. Sembra quasi si debbano vendere più biglietti rendendo l’esito della battaglia meno scontato. Dovremmo eliminare ogni possibilità di andare su quel ring. Dovremmo considerare quello come uno sport disonorevole, come tutti gli sport (a mio avviso) che hanno come obiettivo fare del male all’avversario.
Quello che vorrei sottolineare è che il patriarcato è un retaggio culturale che ha prodotto grandi storture e va sicuramente scardinato nei BIAS che ha generato in millenni, ma non è un’imposizione dettata per legge e non si sconfigge con la legge.
Si tratta di un risultato naturale rispetto alla società in cui è nato e si è sedimentato nei secoli. Chiaramente la società sta cambiando, ma non è mai successo così velocemente. All’interno della stessa generazione. Ricordo che io nei miei 56 anni ho visto cambiare la TV dalla sola RAI con 2 canali in bianco e nero, agli OLED da 70” con centinaia di canali. Dal lusso del telefono in casa, al cellulare in tasca col mondo dentro. Dall’enciclopedia cartacea “I Quindici”, a Wikipedia e Internet. Noi abbiamo dovuto cambiare parecchio e non siamo riusciti a farlo bene, non avevamo gli strumenti, abbiamo dovuto inventarli velocemente a scapito della qualità. È come quando vinci la lotteria e ti ritrovi con centinaia di milioni in mano, non li sai gestire, ti limiti a goderne e a consumarli, spesso in malo modo, sprecando tutto.
Qualcuno potrebbe dire che le redini erano totalmente e sono ancora parzialmente in mano agli uomini e che quindi la responsabilità sia più di quest’ultimi: credo sia vero. Tuttavia non è promuovendo l’odio fra uomini e donne che si risolve. Dio è morto. siamo figli del culto del denaro, generatore simbolico di ogni valore, e questo non ha generato cultura non ha promosso una sana moralità, ma solo ricchezza. Abbiamo demandato tutto alla tecnologia in nome dell’efficienza dimenticandoci l’educazione. Non si va più all’università per il sapere ma per trovare lavoro. Questo è il limite culturale da combattere. Con la cultura nascerà spontaneamente la sensibilità per rendere obsoleto ogni forma di patriarcato. Smettiamo di dare la colpa al genere cercando di colmare il divario facendo diventare “uomini” anche le donne. Il patriarcato non va combattuto col matriarcato ma con l’assenza di ogni àrchōn. È un problema di approccio, non si promuove l’inclusività con la definizione di genere. Un esempio? Se sono sempre esistiti i bagni divisi fra uomini e donne, ora non è aggiungendo un altro bagno per i “fluidi” che si risolve, ma è eliminando completamente le etichette e consentendo a tutti di entrare nell’unico bagno. Prima di ogni definizione siamo tutti “persone”. Anche se possono esserci esigenze diverse, è proprio condividendo gli spazi che si impara a comprenderle. Le donne, o meglio, i “non uomini” non sono e non saranno mai come gli uomini, e per fortuna direi.
