ENRICO GUIDI
Storia vera · Enrico Guidi

Wolfgang Fischer in Beltracchi

Wolfgang Fischer in Beltracchi. Vive fin da piccolo a contatto con vernici e pennelli perché tutti dipingevano in famiglia (ad eccezione del fratello maggiore

07/05/2020
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Wolfgang Fischer in Beltracchi

Wolfgang Fischer in Beltracchi.

Vive fin da piccolo a contatto con vernici e pennelli perché tutti dipingevano in famiglia (ad eccezione del fratello maggiore) Il padre lavorava come restauratore, e probabilmente per toglierselo di torno, la leggenda narra che diede al figlio una cartolina di un quadro di Picasso chiedendogli di replicarla. Quando il giovane Wolfgang, allora quattordicenne, fece vedere l’opera finita al padre, questi notò che non solo il dipinto era perfettamente fedele, ma addirittura migliorato nei dettagli, e vedersi sorpassato nella tecnica dalla bravura del figlio, lo sconvolse così tanto da non riuscire più a lavorare per due anni.

Wolfgang visse di espedienti dipingendo per strada per gran parte della propria giovinezza, rifiutando anche ingaggi importanti perché era svogliato, un vero Hippie, e preferiva andarsene in giro in moto, ma poi con la “maturità” fece qualcosa di estremamente intelligente. Nonostante sia noto come il falsario del secolo, egli non replicò mai quadri noti, ma fece molto di più: creò quadri che non esistevano.

Lui non falsificava i quadri, falsificava l’artista.

In pratica restituiva al mondo opere dei maestri ritenute perse per sempre, o mai scoperte.

La sua maestria fu tale da avere un suo quadro nella copertina di un catalogo ufficiale di Christie (ad insaputa di Christie ovviamente).

Nel 2011 durante il processo che lo condannò furono individuati 60 suoi quadri, alcuni dei quali esposti nei più famosi musei del mondo, ma lui stesso afferma (e gli esperti della Cbs sono d’accordo) che nel mondo ce ne siano qualche centinaio(!).

Accettò addirittura di mostrare una falsificazione in tempo reale portando una troupe su un ponticello di legno vicino a casa sua, ed appoggiata una tela cominciò a fare un Ernst. Perché lì? «Perché Ernst lavorava su un pavimento d’assi». E quanto potrebbe valere il lavoro finito? «Direi cinque milioni di dollari».

Infatti, un collezionista americano che precedentemente aveva acquistato un Ernst fasullo per sette milioni di dollari, dopo il processo e le perizie se lo fece rispedire dichiarando: «E’ uno dei più belli che abbia mai visto».

Questa storia ci insegna 3 cose in particolare.

1 Non fidatevi troppo della lista degli ingredienti di ciò che comprate. Infatti il nostro amico fu smascherato per la presenza di titanio (non dichiarato nell’etichetta del tubetto di colore bianco che usò per dipingere un quadro) che all’epoca dell'artista impersonificato non doveva esserci.

2 Il valore di un’opera d’arte non ha nulla a che vedere con la bellezza o con ciò che suscita, ma solo per la sua “limitata quantità”. È lo stesso motivo per cui le opere d’arte valgono di più quando l’artista muore.

Il tema della “scarsità” è intriso in ogni ambito della nostra società, tranne uno: la nostra vita.

Sappiamo che è limitata, ma non avendo idea di quanta ne resti, pensiamo di poter dipingere per sempre, senza comprendere che tutti quei quadri ( o momenti) diventeranno preziosi solo dopo la nostra morte, per tutti, tranne che per l’artista.

3 La bellezza non sempre è “valutata” proprio perché nasce senza uno scopo, e proprio come dovrebbe essere per l’Arte: basta a se stessa.

Per concludere il buon Wolfgang ha destabilizzato così tanto il ruolo degli “autenticatori”, che ora gran parte degli esperti rifiuta di certificare anche le opere di cui è “sicura”, ad eccezion fatta degli scienziati che analizzano (scientificamente) i pigmenti e le trame delle tele.

Ora Wolfgang firma i suoi quadri col suo nome e pare vendere bene, anche se dovrà farlo senza sosta per ripagare i 27 milioni di dollari che potrebbero costargli le denunce.

Tuttavia alla domanda se fosse pentito egli rispose di sì: di aver sbagliato tubetto del bianco!